WA:IT Within > La forma nasce dal sentire in conversazione con Suchi Reddy
E se l’architettura potesse wwreddymade.designcambiare il modo in cui ci sentiamo, ancora prima che riusciamo a comprenderne il perché?
È una domanda che da sempre accompagna il lavoro di Suchi Reddy, architetta e fondatrice di Reddymade, studio newyorkese attivo tra architettura, interior, oggetti e installazioni immersive.
Da oltre vent’anni, la sua pratica segue un principio guida: “form follows feeling”, la forma segue il sentire. L’idea che il design debba partire dalla nostra risposta emotiva e sensoriale allo spazio, prima ancora che da una cifra estetica.

La visione di Suchi Reddy risuona profondamente con molti dei temi al cuore di WA:IT.
Per l’edizione di settembre di WA:IT Within, questa affinità diventa il punto di partenza della nostra conversazione: come l’esperienza sensoriale plasma le emozioni, come il corpo reagisce allo spazio e come luce, suono e profumo possano modificare il nostro stato interiore.
Per Reddy, la fragranza può diventare parte dell’architettura di uno spazio: creare un’atmosfera, segnare una transizione, evocare un ricordo o modificare, in modo quasi impercettibile, il modo in cui viviamo un ambiente.
Nel nostro dialogo racconta il profumo del gelsomino e dei fiori di parijat della sua infanzia, i rituali che ha creato all’interno del proprio studio e le sorprendenti affinità tra il comporre una fragranza e il comporre un’architettura.

Intervista di Olivia Fincato, giornalista con base a New York che collabora con Vogue Italia, Living Corriere, AD Italia e La Repubblica, raccontando design, cultura e storie capaci di lasciare un segno.
“Form follows feeling” è al centro del tuo lavoro da oltre vent’anni. Che cosa significa per te oggi?
«“Form follows feeling” è nato come un’intuizione, plasmata dalla mia infanzia a Chennai, in India.
Crescendo, ho capito molto presto che l’architettura poteva influenzare non solo il modo in cui mi sentivo, ma anche la persona che stavo diventando. Questa consapevolezza è rimasta con me.
Con l’evolversi della mia pratica, mi sono interessata sempre di più a comprendere perché gli spazi abbiano un potere così forte su di noi. Un momento fondamentale è stato scoprire la connessione tra neuroscienze e architettura.
Negli ultimi vent’anni ho visto emergere la neuroestetica come disciplina. È ancora un campo giovane, ma oggi esiste una consapevolezza molto più profonda di quanto gli ambienti che ci circondano influenzino la nostra esperienza emotiva e fisica.
La pandemia ha reso tutto questo impossibile da ignorare. Improvvisamente siamo diventati molto più consapevoli di ciò che ci circondava: la luce, il suono, le texture, il comfort, persino l’assenza di stimoli.
Non credo che quella sensibilità sia mai scomparsa. Se mai, ci ha resi più consapevoli di quanto uno spazio possa sostenerci, destabilizzarci, darci energia o calmarci.
Quello che oggi mi affascina è vedere come la scienza stia iniziando a spiegare ciò che abbiamo sempre percepito istintivamente.
Il sentire non è qualcosa di astratto. È informazione. È un vero indicatore dell’esperienza.»
In che modo la neuroestetica cambia concretamente il tuo modo di progettare?
«La mia pratica è molto trasversale. Lavoriamo tra architettura, interior, retail, residenziale e spazi culturali, ma anche su oggetti e persino tessuti.
Al centro di tutto, però, rimane sempre la stessa domanda: come fa sentire una persona questo spazio, questo oggetto o questo ambiente?
Significa andare oltre la funzione o la semplice circolazione all’interno dello spazio.
Mi interessa capire come proporzioni, curve, texture, suoni o profumi vengano registrati dal corpo, spesso ancora prima che ne diventiamo consapevoli.
È una pratica informata dalle neuroscienze, ma per me la scienza serve ad approfondire qualcosa di profondamente umano: comprendere perché certi ambienti ci fanno sentire in un determinato modo.»
Come si traduce tutto questo nel design? Ti viene in mente un progetto in cui la sensazione che volevi creare ha realmente determinato lo spazio?
«Il Google Store di New York è un buon esempio.
Era il primo negozio fisico di Google e volevamo che la tecnologia risultasse accogliente anziché intimidatoria, che evocasse curiosità e scoperta.
Abbiamo quindi utilizzato superfici più morbide, pareti dai toni più caldi e creato un’atmosfera molto diversa dagli spazi luminosi e rigorosi che spesso associamo alla tecnologia.
Lo stesso vale per gli showroom Humanscale che abbiamo progettato in diverse parti del mondo. Luce, texture, colore e movimento contribuiscono tutti a tradurre i valori del brand in un’esperienza.
Il lavoro residenziale porta questo concetto ancora più lontano, perché è estremamente personale. Si comprende molto rapidamente che cosa faccia sentire qualcuno a proprio agio, connesso, in equilibrio.
Attribuisco un enorme valore a questa risposta diretta.»

Ricordo di aver visitato il tuo studio e di aver percepito immediatamente il senso di calma che eri riuscita a creare.
«Nel nostro studio di New York, dove ogni centimetro conta, desideravo un corridoio lungo, quasi vuoto, illuminato dall’alto.
Crea una pausa silenziosa tra il mondo esterno e lo spazio più intimo e creativo dello studio.
Credo che le soglie possano diventare una sorta di rituale. Bastano anche pochi secondi per modificare il nostro stato interiore.
Spesso ci diciamo di fermarci, di respirare. Anche l’architettura può creare quella stessa pausa.
Può creare spazio per quel respiro.»
Mi era piaciuto molto anche il piccolo spazio dedicato alla meditazione che avevi creato nello studio, quasi un piccolo santuario.
«Quando sento il bisogno di respirare durante il lavoro, lo faccio. Abbiamo persino parlato della possibilità di iniziare le riunioni con un rituale di respirazione.
Voglio che entrare nello studio produca una sensazione diversa rispetto all’ingresso in un ufficio tradizionale.
Ad accoglierti ci sono arte, calore e un momento di transizione, prima di entrare in uno spazio più materico e accogliente.
Anche il più piccolo dettaglio può cambiare il modo in cui ci sentiamo.
Nella parte posteriore dello studio, per esempio, una grafica anamorfica fa sembrare che lo spazio continui oltre la parete, anziché semplicemente interrompersi.
Alcune di queste scelte nascono dall’istinto, altre sono molto deliberate. Ma tutte riconducono alla stessa idea: lo spazio può modificare il nostro stato interiore.»
Che ruolo ha l’olfatto nel modo in cui viviamo emotivamente uno spazio?
«Il profumo è uno dei materiali più affascinanti, ma anche più complessi, con cui lavorare in architettura.
Paradossalmente, è anche uno degli stimoli sensoriali più diretti che abbiamo.
L’informazione olfattiva ha una relazione estremamente diretta con il sistema nervoso: il profumo può creare un accesso immediato a un’esperienza.
È potentissimo, ma anche estremamente complesso.
Un profumo che per una persona è meraviglioso può provocare mal di testa a un’altra.
La domanda quindi diventa: come si progetta un’esperienza condivisa lasciando, al tempo stesso, che la forza del profumo possa manifestarsi?»

Ci sono progetti specifici in cui hai esplorato il profumo come parte integrante dell’esperienza progettuale?
«RARE, un oggetto che ho progettato per il whisky Mortlach.
Ho creato una carta d’incenso da bruciare durante la degustazione, in modo che il profumo e il fumo diventassero parte del rituale.
Ciò che mi interessava era capire come il profumo potesse amplificare un’esperienza che possiede già un rituale così consolidato, rendendola più multisensoriale senza sovrastarla.
L’architettura non tiene sempre conto dell’olfatto, e credo invece che dovrebbe farlo.
Il profumo è come la luce: ha un’intensità, una direzione e una durata.
La vera domanda è come modulare tutti questi elementi.»
Qual è il tuo primo ricordo legato a un profumo? C’è un odore della tua infanzia che ancora oggi influenza il modo in cui vivi un luogo?
«C’è un fiore in particolare, il parijat, un piccolo fiore bianco con uno stelo arancione che cade dall’albero.
Mia madre li raccoglieva ogni mattina e ne faceva delle ghirlande.
Crescere nel Sud dell’India è stata un’esperienza incredibilmente olfattiva. Intorno alla nostra casa c’erano piante di gelsomino ovunque.
Quando sono arrivata in America, ricordo di aver visto per la prima volta un garofano. Non riuscivo a comprendere l’idea di un fiore privo di profumo.
Una delle cose che amo di più quando sono a Milano durante il Salone è che l’intera città profuma leggermente di glicine.
C’è qualcosa di bellissimo in quel profumo nell’aria: ti fa capire immediatamente in quale stagione ti trovi, in quale momento dell’anno.»
Come sceglieresti un profumo per i diversi ambienti di una casa?
«Credo che il profumo possa davvero diventare parte dell’architettura di una casa.
All’ingresso vorrei qualcosa di molto discreto e radicante, magari dell’incenso, così lieve da non renderti quasi conto di sentirlo.
È semplicemente presente nell’aria e ti aiuta ad arrivare nello spazio.
Spostandosi verso le zone living, potrei introdurre qualcosa di un po’ più vivace, con note agrumate. Sono spazi dedicati alla conversazione, al movimento, all’interazione.
Le camere da letto, invece, sono molto più personali. Amo i profumi leggermente fumé e floreali.
In realtà vaporizzo del profumo sulle lenzuola prima di andare a dormire e trovo che mi aiuti a calmare il sistema nervoso alla fine della giornata.
Non penso davvero all’idea di avere un unico profumo distintivo per tutta la casa.
Ambienti diversi possono avere una propria atmosfera olfattiva.
Il profumo può contribuire a creare questi piccoli spazi, quasi sacri, all’interno della casa.»

C’è un designer, un artista o uno scienziato con cui sogneresti di collaborare?
«Mi piacerebbe moltissimo collaborare con Brian Eno, musicista, produttore e artista visivo britannico noto per il suo lavoro nella musica ambient e nella sperimentazione.
Mi ha sempre affascinato il modo in cui si muove tra musica, arte e differenti forme di pensiero creativo. Sarebbe straordinario creare qualcosa insieme.
Mi piacerebbe anche lavorare con il mio amico Stephon Alexander, fisico e cosmologo autore di The Jazz of Physics.
Il suo lavoro mette in relazione musica, fisica e universo, e lo trovo incredibilmente affascinante.
Ultimamente sto anche leggendo An Immense World di Ed Yong, che parla del modo in cui gli animali percepiscono il mondo attraverso i propri sensi.
Ti fa davvero comprendere quanto la nostra percezione sia limitata.
L’olfatto, in particolare, trasporta un’enorme quantità di informazioni che altre specie riescono a cogliere e interpretare in modi che per noi sono semplicemente impossibili.
Mi ha fatto riflettere molto sulla percezione al di là dell’esperienza umana.»
Profumo e architettura condividono per te la stessa idea di percorso?
«Credo che esistano molte similitudini tra la creazione di un profumo e quella di un’architettura.
C’è una sequenza che si attraversa, un’esperienza che si svela nel tempo.
Nel profumo ci sono note di testa, di cuore e di fondo, che lavorano insieme con intensità differenti.
L’architettura può essere interpretata nello stesso modo.
Bisogna pensare alle “note di fondo” e alle “note di testa” di un’esperienza spaziale, e a come ciascuna di esse si riveli mentre ci muoviamo attraverso un edificio.
A un certo punto, entri a far parte dello spazio e lo spazio entra a far parte di te.
In questo senso, comporre un profumo e comporre un’architettura sono gesti profondamente affini.»




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